[…] È anche per questa ragione che gli oggetti conservati nello scrigno di Giorgia Ohanesian Nardin mantengono la propria natura di oggetti magici – o sono essi stessi immagine di una relazione non lineare, non scientifica né produttiva, con il mondo: un abbandonarsi a esso, alla sua ciclicità vitale, ai suoi elementi costitutivi.
«Devi costeggiare tutto l’edificio, raggiungere la scala L, proseguire poi per la Yes Room. Avvisami quando sei sulla scala antincendio». Aveva già le caratteristiche di una caccia al tesoro, raggiungere Giorgia Ohanesian Nardin in un pomeriggio di giugno, tra le strade e i lucidi edifici postindustriali fioriti all’interno dell’area ex Ansaldo di via Tortona. È negli spazi di BASE Milano che abbiamo conversato, seduti sul pavimento della sala dove stava mettendo a punto gli ultimi dettagli di Whatever I am / let it be seen, poche settimane prima del debutto a Centrale Fies. E il tesoro, lungi dall’essere solo una figura retorica, in effetti si sarebbe rivelato davanti ai miei occhi, sopra il linoleum e tra le ampie finestre che guardano Porta Genova.
Una cotta di maglia, gioielli in vertebre di pecora, un mazzo di tarocchi: una collezione di oggetti avrebbe preso posto accanto a noi, convocata dal dialogo e in grado di modificarlo, imponendosi con la propria concretezza.
[I]
Questa matericità sarebbe poi stata evidente al pubblico di Whatever I am / let it be seen; nel nostro dialogo, la presenza degli oggetti ha invece manifestato la dimensione antiaccademica e somatica del lavoro di Giorgia, la sua matrice ritualistica ben più che teoretica. È forse proprio per questa componente sensoriale, finanche sensuale, che la conversazione – o forse, la quête per il tesoro, per lo scrigno – è a poco a poco diventata erratica: il dialogo si è costruito parlando, aprendosi a digressioni e accelerazioni, fughe prospettiche e inciampi. «Mi piace che questa conversazione si stia inclinando», mi ha confidato Giorgia, ammettendo come il rigore tassonomico, gli schematismi e le cronologie, la sicurezza di un’intervista nella quale a una domanda dovrebbe corrispondere una risposta, non avrebbero potuto restituire con efficacia la forma del pensiero, l’essenza della ricerca a fondamento di Whatever I am / let it be seen, e con essa quella di tutta l’arte di Giorgia. La traiettoria del dialogo è stata così costellata di interruzioni – i silenzi contemplativi di fronte allo splendore dei costumi di scena – e di soste, perfino di ribaltamenti, là dove il vagabondaggio ha implicato (e potrebbe mai essere altrimenti?) una condivisione paritaria di dubbi, sogni, paure, una mia partecipazione al gioco, alla pratica creativa.
[II]
Alla contestualizzazione semantica, al linguaggio accademico Giorgia antepone, non casualmente, una verità del corpo e delle sue esperienze: ecco che la sua scrittura è sempre a mano, viva pelle e inchiostro a sfiorare la carta; ecco che alla preghiera l’artista si avvicina perché è un rituale antropologico pressoché universale, reso manifesto da gesti e prossemiche più che da teologie;
ecco che la dissoluzione, la disgregazione della carne diviene materia d’indagine, e il lasciare andare – sia esso il restituire alla terra ciò che da essa ha avuto origine, o piuttosto il rilascio emotivo, una diastole esistenziale – diviene fulcro di senso intorno al quale parlare e danzare. La lingua stessa si fa ritmo e timbro, più che significato: incantesimo, più che denotazione.
[III]
È anche per questa ragione che gli oggetti conservati nello scrigno di Giorgia Ohanesian Nardin mantengono la propria natura di oggetti magici – o sono essi stessi immagine di una relazione non lineare, non scientifica né produttiva, con il mondo: un abbandonarsi a esso, alla sua ciclicità vitale, ai suoi elementi costitutivi.
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